Seduta terapeutica di Terapia Breve centrata sulla Soluzione, da soli o in compagnia?

seduta terapeutica

Non si può spiegare lo sviluppo di un individuo se non si prende in considerazione il sistema di relazioni dentro il quale questi si trova

Quando ci si avvicina a un approccio terapeutico come quello della Terapia Breve centrata sulla Soluzione, è lecito chiedersi se sia meglio partecipare alla seduta terapeutica da soli o in compagnia.

Chiaramente non si può generalizzare, ogni caso ha un suo approccio, tuttavia, un discorso su come si sono sviluppate le sessioni terapeutiche nella Terapia Breve, può essere chiarificatore.

Come abbiamo visto in un precedente articolo che puoi consultare qui, la Terapia Breve centrata sulla soluzione si sviluppa per la prima volta all’interno di quella che era la tradizione della Terapia familiare.

In questo ambito si è affermata la teoria dei sistemi, teoria che vede la famiglia come una struttura composta da diversi elementi e nella quale il cambiamento  di uno di essi ha effetti sia sugli altri che sulla stessa struttura che li contiene.

In parole semplici, se cambia una parte del sistema, si innesca una reazione a catena che induce dei cambiamenti significativi su tutto il resto. Quindi, secondo questa teoria, se un elemento della famiglia, della squadra, del team di lavoro, innesca un cambiamento, altre parti del sistema ne verranno influenzate.

Seduta terapeutica di Terapia Breve, le relazioni significative

Scegliere se presentarsi da soli o in compagnia a una seduta di terapia breve può dipendere da molti fattori, quello che devi sapere però è che il terapeuta non darà alcun giudizio, affidando la scelta esclusivamente al paziente.

L’approccio sistemico, che ha per diverso tempo influenzato le prime fasi della ricerca di de Shazer, si fonda sul postulato che non si possa spiegare lo sviluppo di un individuo se non si prende in considerazione il sistema di relazioni dentro il quale questi si trova. Non si può quindi decontestualizzare la persona dal suo contesto.

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Le relazioni significative, in un primo momento, erano state identificate esclusivamente all’interno del nucleo familiare, quindi genitori e figli

Le relazioni significative, in un primo momento, erano state identificate esclusivamente all’interno del nucleo familiare, quindi genitori e figli.

I terapeuti che hanno utilizzato l’approccio sistemico, quindi, hanno scandagliato la rete di relazioni alla ricerca di modelli comportamentali in modo da studiare le tecniche di intervento più adatte a ciascuno specifico caso.

Successivamente, però, ci si è resi conto che anche la famiglia, a sua volta, non poteva essere estrapolata dal suo contesto relazionale di ulteriori relazioni familiari e dalle diverse istanze sociali, doveva quindi essere considerata in un contesto più ampio.

de Shazer ha successivamente dimostrato con le sue ricerche che anche le relazioni e le situazioni non discusse nella seduta terapeutica venivano influenzate in modo positivo da questo processo a catena.

La ricerca al BRIEF

Gli studi di Shennan e Iveson avallano le teorie di de Shazer, evidenziando anche come non vi sia una connessione tra risultato della seduta terapeutica e i partecipanti alla stessa. La stessa percentuale di pazienti ha infatti segnalato un miglioramento o una mancanza di miglioramento indipendentemente da chi avesse preso parte alla seduta.

L’esito della seduta non dipende da chi vi prende parte

Se non ha molta rilevanza chi prende parte alla seduta o meno per quanto riguarda l’esito della stessa, quando un paziente chiede al terapeuta chi dovrà accompagnarlo, questi dovrà chiedere al paziente se voglia essere accompagnato e da chi.

Il terapeuta dovrà dunque dire al paziente che non lo conosce a sufficienza per potergli dare un consiglio in tal senso.

Ci sono persone che vogliono affrontare la seduta da sole, altri con la famiglia. Vi sono poi persone che vorrebbero essere presenti, ma che per impegni vari non possono.

Bisogna quindi fidarsi della scelta del paziente e iniziare da li, fermo restando che si può sempre cambiare decisione anche in seguito.  

Il terapeuta non giudica la scelta del paziente

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Chi partecipa alla seduta è la persona giusta nel posto giusto

I pazienti hanno apprezzato la possibilità di poter prendere una decisione informata e il fatto che la terapia stessa si possa adattare alle esigenze della vita.

In nessun caso il terapeuta giudica le scelte del paziente in questo frangente: chi partecipa alla seduta è la persona giusta nel posto giusto, chi è assente, evidentemente, ha i suoi motivi.

Nel prossimo articolo vedremo come si svolge la pratica del “Problem free talk”,  una tecnica che aiuta nel primo approccio col paziente. 

Con questa tecnica si inizia una conversazione che esula dal problema, ma che si focalizza sugli aspetti della sua vita che, appunto, non sono condizionati dal problema per il quale ha scelto di affrontare la seduta di Terapia Breve, ma di questo parleremo più approfonditamente.

 

 

Flavio Cannistrà
Psicologo, Psicoterapeuta
Esperto di Terapie Brevi,
Terapia a Seduta Singola
e Ipnosi

 

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Bibliografia

de Shazer, S. (1985) Keys to Solution in Brief Therapy. New York: W. W.
Shennan, G. and Iveson, C. (2011) From solution to description: practice and research in tandem. In C. Franklin, T. S. Trepper, W. J. Gngerich and E. E. McCollum (Eds.). Solution-focused Brief Therapy: a Handbook of Evidence-based Practice. New York: Oxford University Press.

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